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© RachelBostwick/CC
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«Da noi i fiumi passano ignorati per le città. Qui sono la spina dorsale dei mondi. L'anima. L'arteria di superficie. [...] Ognuna delle religioni del mondo ha parlato di fiumi. E santificato l'acqua. Dalla pioggia al battesimo. Anche se molte hanno preferito la terra come tomba». Parole di un amico mi riecheggiano dentro, parole poi messe nero su bianco per dare un senso al loro trascorso. Parole che mi hanno roso a lungo e che sanno di trascendenza, filosofia, misticismo.
Ma il fiume che intendo io non è forse, o non tanto, quello d'acqua dolce vero e proprio. Il mio fiume è quello del tempo, della vita, quello degli istanti uno dietro l'altro, un susseguirsi inevitabile di accadimenti. In piena, o in secca. Iroso, impetuoso e guerreggiante, o dolce, mite, carezzevole. Mi porta dove vuole, come il vento. E poco ci posso fare, io. Poco posso trattenere di tutta quell'acqua sempre nuova che mi scivola tra le dita per scorrere via. Ho trascorso, fine. Passata, fine. E con essa persone, momenti, vite, parole, emozioni... non ci sono più.
Eppure io sono lì, in mezzo, proprio a metà della corsa. Da un lato l'acqua arriva, dall'altro diparte per andarsene. Io la ricevo, e poi la guardo correre via. Il mio sguardo è puntato all'acqua che da me se ne va, ma se volto gli occhi dall'altra parte c'è acqua nuova che arriva. Scelgo di concentrarmi su questa, ora. Non la distinguo bene, ma forse è più limpida, più buona. O forse no, ma di sicuro non è mai la stessa. E, lambendomi, mi lava e mi erode nello stesso istante, cambiandomi totalmente, continuamente.

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Grazie e... che aspettate? :)
Sara