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Filosofia a piedi nudi

© pierpeter/CC

Scalza, camminavo lungo il marciapiede verso le 23 di un giovedì sera. Nella mano destra il cono di un gelato alla fragola che mi aveva indotto in tentazione nonostante novembre sia già cominciato, nella sinistra i sandali. Al mio fianco, l'amica che mi aveva convinto a girare scalza per lenire i piedi martoriati. Ridenti e spensierate, camminavamo tranquille e deliziate dal contrasto fra il gelato, freddo sulla lingua, e la notte attorno a noi, un poco più calda ma non troppo. Io ero poi assolutamente affascinata dalla sensazione dei miei piedi (coperti solo dai calzini) sul selciato. Ed ecco, nel mezzo di una risata a due, intravedo il mio professore di Filosofia Politica che, da lontano, si dirige verso di noi.

Scalza, gelato nella destra e sandali nella sinistra, non posso che salutarlo nonostante l'assurdità della situazione. E, con il tipico aplomb e correttezza che lo contraddistingue, mi saluta anch'egli, sorridendomi gentilmente ed augurandomi una «buona serata, anzi no, una buona notte». Gentiluomo, senza dar peso ai miei piedi scalzi, al mio rossore acceso e al gelato di palline rosa fornito.  Gentiluomo sì, ma anche filosofo. E la filosofia non bada a certe sciocchezzuole, anche perché si trova meglio a piedi nudi. Una filosofia scalza, questa è la vera anima della filosofia stessa. Una filosofia povera, a piedi nudi. Itinerante (inconcludente?), scalza (scalzista?), ronzante (tafano?). Che si piega a terra fino a fondersi con essa, per riuscire a raggiungere le alte cime. Che abbraccia il liscio mondo, per volgersi ai cieli fitti. Nuda, povera, calzante e scalza, calza a pennello e scalza il resto. Così la voglio. Così ti voglio, Filosofia.

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